Platone
Filosofia Antica

Platone è una delle figure più influenti della filosofia occidentale, il cui pensiero ha lasciato un'impronta indelebile in molteplici ambiti, dalla metafisica alla politica, dall'etica alla teoria della conoscenza. Allievo di Socrate e maestro di Aristotele, Platone ha elaborato una visione filosofica articolata, fondata su una ricerca incessante della verità e sulla convinzione che la realtà sensibile sia solo un'ombra del mondo delle Idee.
Oltre alla speculazione teoretica, Platone ha nutrito un profondo interesse per la politica, ritenendo che il governo dovesse essere guidato dai filosofi, gli unici capaci di cogliere il Bene in sé. Tuttavia, il suo rapporto con la politica non fu privo di delusioni: la condanna a morte di Socrate e l'esperienza fallimentare a Siracusa segnarono profondamente la sua visione del governo e della giustizia.
Oltre alla speculazione teoretica, Platone ha nutrito un profondo interesse per la politica, ritenendo che il governo dovesse essere guidato dai filosofi, gli unici capaci di cogliere il Bene in sé. Tuttavia, il suo rapporto con la politica non fu privo di delusioni: la condanna a morte di Socrate e l'esperienza fallimentare a Siracusa segnarono profondamente la sua visione del governo e della giustizia.
PLATONE E LA POLITICA
Per nascita, Platone apparteneva a una famiglia aristocratica ateniese e, secondo le consuetudini del tempo, sarebbe stato destinato a ricoprire ruoli di governo. Tuttavia, la tragica fine di Socrate, accusato ingiustamente e condannato a morte nel 399 a.C., lo spinse a distaccarsi dalla politica attiva. Questo evento lo portò a interrogarsi profondamente sulle condizioni necessarie per la realizzazione di un governo giusto e sul ruolo della filosofia nella gestione della pólis (πόλις, città-stato).
Convinto che la giustizia potesse essere realizzata solo in un sistema governato dalla razionalità e dalla conoscenza, Platone si recò a Siracusa, nella speranza di applicare le sue teorie politiche alla realtà. Tuttavia, i suoi tentativi si rivelarono vani e si conclusero con un esilio forzato. Questo insuccesso non lo distolse dalla riflessione politica, come testimonia la Settima Lettera, uno dei pochi testi in cui Platone scrive in prima persona. Qui egli rielabora criticamente la sua esperienza politica, ribadendo la difficoltà di tradurre in pratica le sue idee filosofiche.
Convinto che la giustizia potesse essere realizzata solo in un sistema governato dalla razionalità e dalla conoscenza, Platone si recò a Siracusa, nella speranza di applicare le sue teorie politiche alla realtà. Tuttavia, i suoi tentativi si rivelarono vani e si conclusero con un esilio forzato. Questo insuccesso non lo distolse dalla riflessione politica, come testimonia la Settima Lettera, uno dei pochi testi in cui Platone scrive in prima persona. Qui egli rielabora criticamente la sua esperienza politica, ribadendo la difficoltà di tradurre in pratica le sue idee filosofiche.
STILE: DIALOGO, MISTICISMO ED IL RUOLO DEL MITO
A differenza di altri filosofi, Platone non espone il suo pensiero in forma saggistica, bensì attraverso il dialogo (διάλογος), un genere letterario che gli consente di presentare il confronto tra diverse prospettive e di stimolare nel lettore un’attiva partecipazione alla ricerca della verità. L’influenza di Socrate è evidente: la maieutica, ossia il metodo dialogico volto a far emergere la conoscenza latente nell’interlocutore, è una caratteristica essenziale della sua scrittura.
Tuttavia, la filosofia platonica non si esaurisce nei dialoghi. Nella Settima Lettera, Platone fa riferimento alle dottrine non scritte (ἄγραφα δόγματα), concetti filosofici che non possono essere trasmessi attraverso il linguaggio ordinario. Queste conoscenze, di natura superiore, sono accessibili solo attraverso un’esperienza diretta e contemplativa.
Uno degli aspetti più profondi della filosofia platonica riguarda inoltre la natura della conoscenza. Egli distingue tra il sapere sensibile, basato sull’esperienza empirica, e il sapere intellettuale, che permette di cogliere le Idee eterne e immutabili. Tuttavia, vi è un livello ancora più alto di conoscenza, di natura mistica, che non può essere appresa tramite il linguaggio o il ragionamento discorsivo.
Il termine mistico deriva dal verbo greco mýo (μύω), che significa "iniziare a una conoscenza nascosta". Nel pensiero platonico, questa esperienza conoscitiva viene caratterizzata dalla fusione tra soggetto e oggetto, poiché l’oggetto della conoscenza viene infinitamente superiore alle capacità cognitive umane. Per questo motivo, Platone afferma che l’Assoluto è espresso solo per negazione, in modo apofatico: si è dire cosa esso non è, ma non descriverlo positivamente.
Infine, un altro aspetto fondamentale della filosofia platonica è il ricorso al mito. Accanto al logos, Platone attribuisce un ruolo centrale al mito (μῦθος), che utilizza nei suoi dialoghi per esprimere concetti altrimenti inesprimibili. Molti suoi scritti, come il Fedro e il Timeo, contengono narrazioni mitiche volte a trasmettere verità profonde attraverso immagini e simboli.
Il mito, per Platone, non è semplice fantasia, ma uno strumento filosofico in grado di avvicinare l’anima alla conoscenza del vero. Esso si rende necessario perché vi sono domande a cui la pura razionalità non può dare risposta: questioni sull’origine del mondo, sull’immortalità dell’anima e sulla natura del divino.
Tuttavia, la filosofia platonica non si esaurisce nei dialoghi. Nella Settima Lettera, Platone fa riferimento alle dottrine non scritte (ἄγραφα δόγματα), concetti filosofici che non possono essere trasmessi attraverso il linguaggio ordinario. Queste conoscenze, di natura superiore, sono accessibili solo attraverso un’esperienza diretta e contemplativa.
Uno degli aspetti più profondi della filosofia platonica riguarda inoltre la natura della conoscenza. Egli distingue tra il sapere sensibile, basato sull’esperienza empirica, e il sapere intellettuale, che permette di cogliere le Idee eterne e immutabili. Tuttavia, vi è un livello ancora più alto di conoscenza, di natura mistica, che non può essere appresa tramite il linguaggio o il ragionamento discorsivo.
Il termine mistico deriva dal verbo greco mýo (μύω), che significa "iniziare a una conoscenza nascosta". Nel pensiero platonico, questa esperienza conoscitiva viene caratterizzata dalla fusione tra soggetto e oggetto, poiché l’oggetto della conoscenza viene infinitamente superiore alle capacità cognitive umane. Per questo motivo, Platone afferma che l’Assoluto è espresso solo per negazione, in modo apofatico: si è dire cosa esso non è, ma non descriverlo positivamente.
Infine, un altro aspetto fondamentale della filosofia platonica è il ricorso al mito. Accanto al logos, Platone attribuisce un ruolo centrale al mito (μῦθος), che utilizza nei suoi dialoghi per esprimere concetti altrimenti inesprimibili. Molti suoi scritti, come il Fedro e il Timeo, contengono narrazioni mitiche volte a trasmettere verità profonde attraverso immagini e simboli.
Il mito, per Platone, non è semplice fantasia, ma uno strumento filosofico in grado di avvicinare l’anima alla conoscenza del vero. Esso si rende necessario perché vi sono domande a cui la pura razionalità non può dare risposta: questioni sull’origine del mondo, sull’immortalità dell’anima e sulla natura del divino.
AFFINITÀ E DIFFERENZE CON SOCRATE
Pur essendo allievo di Socrate, Platone non si limita a proseguire il pensiero del maestro, ma sviluppa una filosofia originale e strutturata. Se in Socrate il metodo dialogico era principalmente volto a smascherare le false certezze, Platone lo utilizza per costruire un sistema teorico solido, fondato sulla distinzione tra il mondo sensibile e il mondo intellegibile.
Un elemento comune tra i due pensatori è l’uso dell’ironia, ossia una strategia di dissimulazione attraverso cui si invita l’interlocutore a mettere in discussione le proprie convinzioni. Tuttavia, mentre in Socrate essa si manifesta nella forma della confutazione, in Platone diventa uno strumento pedagogico per guidare il lettore verso la verità.
Un elemento comune tra i due pensatori è l’uso dell’ironia, ossia una strategia di dissimulazione attraverso cui si invita l’interlocutore a mettere in discussione le proprie convinzioni. Tuttavia, mentre in Socrate essa si manifesta nella forma della confutazione, in Platone diventa uno strumento pedagogico per guidare il lettore verso la verità.
INTRODUZIONE ALLA SETTIMA LETTERA
Per Platone, il fine ultimo della riflessione filosofica è la politica, ovvero l’indagine sulla possibilità di costituire un governo fondato sul Bene. Questo obiettivo lo accompagna per tutta la vita, traducendosi in un impegno costante per comprendere le condizioni necessarie alla realizzazione di uno Stato giusto.
La Settima Lettera, una delle poche opere in cui Platone scrive in prima persona, offre una testimonianza diretta delle sue esperienze politiche e del loro fallimento. In essa, egli racconta il suo viaggio a Siracusa, inizialmente intrapreso con la speranza di instaurare un governo fondato sulla giustizia, ma conclusosi con una delusione profonda. Questo insuccesso segna una svolta nel suo pensiero, inducendolo a una riflessione critica sulla possibilità di realizzare concretamente l’ideale politico.
Platone considera la politica inscindibile dall’etica: governare non significa semplicemente amministrare lo Stato, ma agire in modo coerente con i principi morali. Per questa ragione, egli sente il dovere di tentare la realizzazione pratica del suo ideale, nonostante le difficoltà.
La sua decisione di recarsi a Siracusa risponde a un imperativo di coerenza: se avesse rinunciato in partenza, avrebbe implicitamente negato la validità delle sue teorie politiche. Tuttavia, il contesto in cui si trova ad operare è dominato dalla tirannia, una forma di governo che Platone considera incompatibile con la giustizia. Egli, infatti, sostiene la supremazia delle leggi sull’autorità individuale: solo le leggi giuste possono garantire un governo stabile e virtuoso, mentre il potere affidato a un singolo individuo rischia sempre di degenerare nell’arbitrio.
Questa concezione lo avvicina a Dione, il quale condivide l’idea di un governo retto dalle migliori leggi e non dal volere di un singolo sovrano. Tuttavia, le condizioni politiche di Siracusa non permettono la realizzazione di questo progetto, costringendo Platone ad abbandonare l’impresa.
La Settima Lettera, una delle poche opere in cui Platone scrive in prima persona, offre una testimonianza diretta delle sue esperienze politiche e del loro fallimento. In essa, egli racconta il suo viaggio a Siracusa, inizialmente intrapreso con la speranza di instaurare un governo fondato sulla giustizia, ma conclusosi con una delusione profonda. Questo insuccesso segna una svolta nel suo pensiero, inducendolo a una riflessione critica sulla possibilità di realizzare concretamente l’ideale politico.
Platone considera la politica inscindibile dall’etica: governare non significa semplicemente amministrare lo Stato, ma agire in modo coerente con i principi morali. Per questa ragione, egli sente il dovere di tentare la realizzazione pratica del suo ideale, nonostante le difficoltà.
La sua decisione di recarsi a Siracusa risponde a un imperativo di coerenza: se avesse rinunciato in partenza, avrebbe implicitamente negato la validità delle sue teorie politiche. Tuttavia, il contesto in cui si trova ad operare è dominato dalla tirannia, una forma di governo che Platone considera incompatibile con la giustizia. Egli, infatti, sostiene la supremazia delle leggi sull’autorità individuale: solo le leggi giuste possono garantire un governo stabile e virtuoso, mentre il potere affidato a un singolo individuo rischia sempre di degenerare nell’arbitrio.
Questa concezione lo avvicina a Dione, il quale condivide l’idea di un governo retto dalle migliori leggi e non dal volere di un singolo sovrano. Tuttavia, le condizioni politiche di Siracusa non permettono la realizzazione di questo progetto, costringendo Platone ad abbandonare l’impresa.
ETICA E POLITICA
Uno degli elementi più significativi della Settima Lettera è l’affermazione dell’inscindibilità tra etica e politica. Per Platone, la politica non è l’arte di persuadere le masse, come sostenevano i sofisti, ma un’attività che deve derivare da un comportamento eticamente corretto. La parola è importante, ma deve essere sostenuta dall’azione: il filosofo non può limitarsi a elaborare teorie astratte, ma deve incarnare i propri ideali nella prassi.
Questo principio distingue nettamente Platone dai sofisti, che consideravano la politica come un mero strumento retorico per ottenere consenso. Per lui, invece, la politica non si riduce a una questione di sapere, ma riguarda soprattutto l’essere: cuore e mente devono procedere di pari passo, e chi governa deve essere non solo competente, ma anche moralmente integro.
Questo principio distingue nettamente Platone dai sofisti, che consideravano la politica come un mero strumento retorico per ottenere consenso. Per lui, invece, la politica non si riduce a una questione di sapere, ma riguarda soprattutto l’essere: cuore e mente devono procedere di pari passo, e chi governa deve essere non solo competente, ma anche moralmente integro.
CRITICA ALLA TIRANNIA E DEMOCRAZIA
La riflessione politica di Platone nasce anche dall’osservazione della realtà ateniese. Egli critica tanto la tirannia quanto la democrazia, ritenendo entrambe forme di governo inadeguate alla realizzazione della giustizia.
La sua avversione per la tirannia è evidente, ma altrettanto severa è la sua critica alla democrazia ateniese, responsabile, a suo avviso, di aver condannato ingiustamente Socrate. All’interno del sistema democratico ateniese, infatti, esistevano fazioni corrotte che avevano manipolato il potere a proprio vantaggio. Platone sperimenta direttamente questa realtà: tra i Trenta Tiranni, il regime oligarchico che governò Atene nel 404-403 a.C., vi era anche un suo parente. Ciò lo porta a maturare un atteggiamento critico sia verso l’oligarchia sia verso la democrazia, che considera soggetta all’influenza di demagoghi e priva di un vero principio di giustizia.
La soluzione, secondo Platone, risiede nella filosofia: solo i filosofi, in quanto detentori della conoscenza del Bene, possono garantire un governo giusto e stabile.
La sua avversione per la tirannia è evidente, ma altrettanto severa è la sua critica alla democrazia ateniese, responsabile, a suo avviso, di aver condannato ingiustamente Socrate. All’interno del sistema democratico ateniese, infatti, esistevano fazioni corrotte che avevano manipolato il potere a proprio vantaggio. Platone sperimenta direttamente questa realtà: tra i Trenta Tiranni, il regime oligarchico che governò Atene nel 404-403 a.C., vi era anche un suo parente. Ciò lo porta a maturare un atteggiamento critico sia verso l’oligarchia sia verso la democrazia, che considera soggetta all’influenza di demagoghi e priva di un vero principio di giustizia.
La soluzione, secondo Platone, risiede nella filosofia: solo i filosofi, in quanto detentori della conoscenza del Bene, possono garantire un governo giusto e stabile.
IL GOVERNO DEI FILOSOFI E LA STRUTTURA DELLA REPUBBLICA
Nel dialogo intitolato "Politeia" (Πολιτεία, tradotto come "Repubblica"), Platone elabora il modello del governo ideale, fondato sulla guida dei filosofi. La società viene suddivisa in tre classi principali, secondo una struttura gerarchica basata sulle capacità e sulle inclinazioni naturali degli individui:
Questo concetto di mobilità sociale è uno degli aspetti più innovativi della teoria politica di Platone all'interno dello Stato ideale. Sebbene la società sia suddivisa in tre classi, l’appartenenza a una classe non è determinata esclusivamente dalla nascita. Infatti, due individui appartenenti alla classe dei filosofi potrebbero generare un figlio che, per natura, appartiene alla classe dei guerrieri o dei produttori. È proprio questa possibilità di mobilità che garantisce il funzionamento di un sistema meritocratico: lo Stato non è governato in base a un’ereditarietà dinastica, ma secondo la predisposizione naturale degli individui.
Questo principio distingue nettamente Platone da pensatori come Protagora, il quale sosteneva che la politica fosse fondata sugli individui e sulla loro capacità di persuasione. Platone, invece, afferma che il governo deve essere basato sulla conoscenza del Bene, un principio universale che trascende gli interessi individuali. I filosofi non governano in nome di sé stessi, ma come strumenti del Bene, agendo nell'interesse della collettività.
- 1.I filosofi-governanti (χρυσοῖ ἄνδρες, "uomini aurei"): coloro che, avendo raggiunto la conoscenza del Bene, sono gli unici adatti a governare.
- 2.I guerrieri (ἀργυροῖ ἄνδρες, "uomini argentei"): coloro che proteggono lo Stato e garantiscono la sua sicurezza.
- 3.I produttori (χαλκοῖ ἄνδρες, "uomini bronzei"): coloro che si occupano delle attività economiche e lavorative.
Questo concetto di mobilità sociale è uno degli aspetti più innovativi della teoria politica di Platone all'interno dello Stato ideale. Sebbene la società sia suddivisa in tre classi, l’appartenenza a una classe non è determinata esclusivamente dalla nascita. Infatti, due individui appartenenti alla classe dei filosofi potrebbero generare un figlio che, per natura, appartiene alla classe dei guerrieri o dei produttori. È proprio questa possibilità di mobilità che garantisce il funzionamento di un sistema meritocratico: lo Stato non è governato in base a un’ereditarietà dinastica, ma secondo la predisposizione naturale degli individui.
Questo principio distingue nettamente Platone da pensatori come Protagora, il quale sosteneva che la politica fosse fondata sugli individui e sulla loro capacità di persuasione. Platone, invece, afferma che il governo deve essere basato sulla conoscenza del Bene, un principio universale che trascende gli interessi individuali. I filosofi non governano in nome di sé stessi, ma come strumenti del Bene, agendo nell'interesse della collettività.
Organizzazione Sociale: Proprietà Privata e Famiglia
Un altro aspetto radicale della società platonica è l’abolizione della proprietà privata e della famiglia per le classi dominanti. Filosofi e guerrieri non devono possedere beni personali, affinché il loro unico interesse sia il bene dello Stato e non il proprio arricchimento.
L’educazione dei figli, inoltre, è affidata interamente allo Stato: le unioni vengono decise dai filosofi, in modo da garantire la nascita di individui con le migliori caratteristiche possibili per il ruolo che dovranno svolgere. Questo sistema può essere interpretato come una forma di eugenica (εὐγενής, "buona nascita"), termine che deriva dal prefisso positivo eu- ("buono") e da genos ("stirpe", "nascita").
Tuttavia, l’eugenica platonica non deve essere confusa con l'eugenetica moderna, che riguarda la manipolazione del DNA e interventi biomedici per migliorare la specie umana. L'eugenica di Platone è una politica finalizzata al controllo delle nascite in funzione della stabilità dello Stato, piuttosto che un intervento scientifico sulla genetica.
L’educazione dei figli, inoltre, è affidata interamente allo Stato: le unioni vengono decise dai filosofi, in modo da garantire la nascita di individui con le migliori caratteristiche possibili per il ruolo che dovranno svolgere. Questo sistema può essere interpretato come una forma di eugenica (εὐγενής, "buona nascita"), termine che deriva dal prefisso positivo eu- ("buono") e da genos ("stirpe", "nascita").
Tuttavia, l’eugenica platonica non deve essere confusa con l'eugenetica moderna, che riguarda la manipolazione del DNA e interventi biomedici per migliorare la specie umana. L'eugenica di Platone è una politica finalizzata al controllo delle nascite in funzione della stabilità dello Stato, piuttosto che un intervento scientifico sulla genetica.
IL BENE COME FONDAMENTO DELLO STATO
Il Bene è un principio universale, che rappresenta la massima forma di conoscenza e l’essenza stessa della giustizia. I filosofi non sono sovrani nel senso tradizionale del termine, ma esecutori della volontà del Bene. Essi governano perché sono gli unici capaci di contemplarlo e di tradurlo in leggi giuste.
Questo concetto è essenziale per comprendere la differenza tra il modello politico platonico e altre forme di governo basate sul potere personale o sulla volontà popolare. Lo Stato ideale non è né una monarchia né una democrazia nel senso moderno, ma una "aristocrazia della conoscenza", in cui il comando è affidato a coloro che possiedono una visione superiore della realtà.
Questo concetto è essenziale per comprendere la differenza tra il modello politico platonico e altre forme di governo basate sul potere personale o sulla volontà popolare. Lo Stato ideale non è né una monarchia né una democrazia nel senso moderno, ma una "aristocrazia della conoscenza", in cui il comando è affidato a coloro che possiedono una visione superiore della realtà.
DIBATTITO MODERNO: PLATONE E TOTALITARISMO
Nel Novecento, il filosofo Karl Popper ha interpretato il modello politico di Platone come un esempio di Stato totalitario. Nel 1945, nel suo celebre saggio La società aperta e i suoi nemici, Popper ha criticato duramente Platone, sostenendo che la sua Repubblica presentasse le caratteristiche tipiche dei regimi totalitari del XX secolo, come il nazismo e lo stalinismo.
I totalitarismi del Novecento, però, si basavano su tre elementi fondamentali:
I totalitarismi del Novecento, però, si basavano su tre elementi fondamentali:
- 1.Il culto del capo: il leader viene venerato come una figura infallibile e incontestabile.
- 2.La propaganda di massa: il controllo dell’informazione attraverso i media per influenzare l’opinione pubblica.
- 3.L’uso del terrore: la repressione violenta del dissenso politico e sociale.
ORGANICISMO E STATO ETICO
Piuttosto che totalitario, lo Stato platonico può essere definito organicista: esso è concepito come un organismo vivente, in cui ogni cittadino svolge una funzione specifica per garantire l’armonia dell’insieme. Ogni classe sociale contribuisce al benessere collettivo, proprio come gli organi di un corpo lavorano insieme per mantenerlo in salute.
Inoltre, lo Stato platonico può essere considerato uno "Stato etico", in quanto il suo obiettivo non è il semplice mantenimento dell’ordine, ma la realizzazione della giustizia. In questa visione, non vi è alcuna discriminazione razziale o etnica: tutti i cittadini accettano volontariamente l’organizzazione sociale perché la considerano giusta e razionale.
Inoltre, lo Stato platonico può essere considerato uno "Stato etico", in quanto il suo obiettivo non è il semplice mantenimento dell’ordine, ma la realizzazione della giustizia. In questa visione, non vi è alcuna discriminazione razziale o etnica: tutti i cittadini accettano volontariamente l’organizzazione sociale perché la considerano giusta e razionale.
EDUCAZIONE NELLO STATO IDEALE
Platone attribuisce grande importanza all’educazione, poiché ritiene che la filosofia possa essere praticata solo dopo un lungo processo di formazione. Nel suo Stato ideale, l’educazione segue un percorso graduale:
L'attività fisica, per Platone, non era un culto dell’estetica fine a sé stesso, ma uno strumento per sviluppare disciplina, resistenza e armonia tra corpo e mente. Questo modello educativo mirava a creare cittadini e governanti capaci di agire con giustizia e razionalità.
- Infanzia e adolescenza: i bambini si dedicano soprattutto all’attività fisica, non come fine estetico ma come disciplina del corpo e della mente.
- Gioventù: intorno ai vent’anni, iniziano lo studio della matematica e della geometria, discipline essenziali per sviluppare il ragionamento logico.
- Età adulta: solo intorno ai trent’anni si può accedere alla filosofia, poiché essa richiede maturità e capacità di astrazione.
L'attività fisica, per Platone, non era un culto dell’estetica fine a sé stesso, ma uno strumento per sviluppare disciplina, resistenza e armonia tra corpo e mente. Questo modello educativo mirava a creare cittadini e governanti capaci di agire con giustizia e razionalità.
PRIMO VIAGGIO A SIRACUSA
Il primo viaggio di Platone a Siracusa segna l'inizio di un'importante amicizia con Dione, un uomo colto e sensibile alle idee filosofiche. In questa fase, il filosofo ateniese approfondisce il legame tra morale e politica, sostenendo che nessun governo può essere giusto se i suoi governanti non sono formati moralmente.
In contrapposizione a questa visione, Platone critica duramente i sofisti, accusandoli di ridurre la politica a una semplice tecnica persuasiva, fondata esclusivamente sui bisogni materiali e sugli interessi personali. Per i sofisti, la verità è relativa e il potere appartiene a chi sa convincere meglio. Platone, invece, ribadisce che la politica è inseparabile dall'etica: il governo non può limitarsi a imporre leggi, ma deve fondarsi su una pratica costante della moralità da parte dei suoi leader.
Questa riflessione sulla morale e sul governo viene ripresa anche da Aristotele, allievo di Platone, nel suo trattato La Costituzione e il carattere di una città. Aristotele sostiene che la Costituzione di uno Stato è determinante nel modellare il carattere dei suoi cittadini: se la Costituzione cambia, anche il carattere della popolazione cambia. Ciò significa che le leggi non sono meri strumenti di regolamentazione, ma il riflesso della vita interiore di una società. Se un popolo è dominato solo dal desiderio di piaceri e ricchezze, non potrà mai vivere in un governo giusto.
In contrapposizione a questa visione, Platone critica duramente i sofisti, accusandoli di ridurre la politica a una semplice tecnica persuasiva, fondata esclusivamente sui bisogni materiali e sugli interessi personali. Per i sofisti, la verità è relativa e il potere appartiene a chi sa convincere meglio. Platone, invece, ribadisce che la politica è inseparabile dall'etica: il governo non può limitarsi a imporre leggi, ma deve fondarsi su una pratica costante della moralità da parte dei suoi leader.
Questa riflessione sulla morale e sul governo viene ripresa anche da Aristotele, allievo di Platone, nel suo trattato La Costituzione e il carattere di una città. Aristotele sostiene che la Costituzione di uno Stato è determinante nel modellare il carattere dei suoi cittadini: se la Costituzione cambia, anche il carattere della popolazione cambia. Ciò significa che le leggi non sono meri strumenti di regolamentazione, ma il riflesso della vita interiore di una società. Se un popolo è dominato solo dal desiderio di piaceri e ricchezze, non potrà mai vivere in un governo giusto.
LE TRE DEGENRAZIONI DELLA POLITICA
Platone identifica tre forme corrotte di governo, che derivano tutte da una degenerazione morale:
Al contrario, Platone identifica tre forme di governo basate sulla virtù:
- Oligarchia (ὀλιγαρχία): il potere è nelle mani di pochi, che governano in base alla loro ricchezza anziché alla loro virtù.
- Tirannide (τυραννίς): un solo individuo esercita il potere in modo assoluto, per il proprio interesse e non per il bene comune.
- Democrazia (δημοκρατία): pur essendo apparentemente un regime di libertà, in realtà è dominata dagli interessi delle masse, spesso manipolate da demagoghi.
Al contrario, Platone identifica tre forme di governo basate sulla virtù:
- Aristocrazia (ἀριστοκρατία): il governo dei migliori, cioè dei filosofi.
- Timocrazia (τιμοκρατία): il governo basato sull'onore e sul merito.
- Politia (πολιτεία): una forma di governo intermedia, in cui il potere è distribuito tra coloro che possiedono virtù e competenza.
I TIRANNI DI SIRACUSA
Durante i viaggi di Platone a Siracusa, la città era governata da due tiranni successivi:
- 1.Dionisio il Vecchio, un sovrano autoritario, che aveva instaurato una dittatura basata sulla forza militare.
- 2.Dionisio il Giovane, succeduto al padre, mostrò inizialmente interesse per la filosofia, ma alla fine si rivelò incapace di realizzare il governo giusto che Platone auspicava.
FALLIMENTO DEL PROGETTO DI SIRACUSA
Il tentativo di Platone di instaurare un governo giusto a Siracusa fallisce. Il filosofo si scontra con una realtà politica dominata dagli interessi personali e dall'incapacità di riconoscere il bene come principio guida. Platone non agisce per ambizione personale, ma fa riferimento a un ideale più grande di lui: il Bene assoluto. Tuttavia, Dionisio il Giovane, il tiranno di Siracusa, non è in grado di comprenderlo.
Dionisio crede di apprendere la filosofia, ma in realtà non si lascia trasformare dalla conoscenza. Dice che Platone gli sta insegnando, ma in realtà non si lascia né formare né cambiare. Questo avviene perché non ha mai conosciuto il Bene e quindi non è in grado di riconoscerlo. Egli proietta sugli altri il proprio modo di pensare:
Dionisio cresce in un ambiente privo di filosofia, circondato solo da altri tiranni, e non ha mai ricevuto una formazione morale adeguata. Platone, al contrario, ritiene che la filosofia debba essere insegnata ai giovani fin dalla formazione iniziale, affinché possano sviluppare la capacità di riconoscere il bene.
Platone tenta comunque di educare Dionisio, sperando di convertirlo alla filosofia, ma il compito si rivela impossibile. Infatti, prima ancora di comprendere il significato della filosofia, un uomo deve trasformare il proprio stile di vita: senza questa predisposizione, la filosofia rimane un concetto astratto e inaccessibile. Se si continua a vivere seguendo solo le proprie passioni, non ha senso chiedere a Platone cosa sia il Bene, perché la ricerca filosofica è incompatibile con un’esistenza guidata esclusivamente dai desideri materiali e dal potere.
Un governante virtuoso deve essere disposto ad accogliere i consigli della filosofia, adattandoli alla propria situazione senza tradirne i principi fondamentali. Tuttavia, Dionisio non accetta l’autorità della filosofia: egli vuole che Platone lo riconosca più capace e saggio di Dione, cercando di piegare la dottrina platonica alle esigenze della sua tirannia. Questo tentativo è paradossale e contraddittorio, perché la filosofia platonica non può essere adattata a un regime dispotico.
Dionisio crede di apprendere la filosofia, ma in realtà non si lascia trasformare dalla conoscenza. Dice che Platone gli sta insegnando, ma in realtà non si lascia né formare né cambiare. Questo avviene perché non ha mai conosciuto il Bene e quindi non è in grado di riconoscerlo. Egli proietta sugli altri il proprio modo di pensare:
Poiché nessuno me lo ha insegnato, non sono disposto a farmelo insegnare.
Dionisio cresce in un ambiente privo di filosofia, circondato solo da altri tiranni, e non ha mai ricevuto una formazione morale adeguata. Platone, al contrario, ritiene che la filosofia debba essere insegnata ai giovani fin dalla formazione iniziale, affinché possano sviluppare la capacità di riconoscere il bene.
Platone tenta comunque di educare Dionisio, sperando di convertirlo alla filosofia, ma il compito si rivela impossibile. Infatti, prima ancora di comprendere il significato della filosofia, un uomo deve trasformare il proprio stile di vita: senza questa predisposizione, la filosofia rimane un concetto astratto e inaccessibile. Se si continua a vivere seguendo solo le proprie passioni, non ha senso chiedere a Platone cosa sia il Bene, perché la ricerca filosofica è incompatibile con un’esistenza guidata esclusivamente dai desideri materiali e dal potere.
Un governante virtuoso deve essere disposto ad accogliere i consigli della filosofia, adattandoli alla propria situazione senza tradirne i principi fondamentali. Tuttavia, Dionisio non accetta l’autorità della filosofia: egli vuole che Platone lo riconosca più capace e saggio di Dione, cercando di piegare la dottrina platonica alle esigenze della sua tirannia. Questo tentativo è paradossale e contraddittorio, perché la filosofia platonica non può essere adattata a un regime dispotico.
IL BENE E LA CONOSCENZA DI SÈ
Platone afferma che la conoscenza del Bene deriva dalla conoscenza di sé stessi. Comprendere il Bene significa innanzitutto comprendere la natura umana, partendo dalla propria interiorità. Tuttavia, questa conoscenza non può essere imposta dall’esterno, perché il Bene è autonomo:
Per Platone, il Bene è un principio universale e assoluto, accessibile solo attraverso l’esercizio della ragione. Di conseguenza, non esistono “beni” personali o relativi: il Bene è uno solo e valido per tutti. Se così non fosse, il pensiero filosofico si ridurrebbe a mera opinione soggettiva, scivolando nella sofistica.
Perché la conoscenza di sé porta alla conoscenza del Bene? Platone risponde attraverso la sua teoria dell’anima:
L’anima è la parte immortale dell’essere umano, ed è proprio questa sua natura universale a renderla capace di riconoscere il Bene. Ogni individuo possiede in sé un riflesso dell’universalità e, attraverso la filosofia, può riattivare il ricordo delle verità eterne (teoria della reminiscenza). Tuttavia, senza un’autentica ricerca interiore, il Bene rimane irraggiungibile.
Se fosse imposto, non sarebbe più Bene, ma solo una forma di costrizione.
Per Platone, il Bene è un principio universale e assoluto, accessibile solo attraverso l’esercizio della ragione. Di conseguenza, non esistono “beni” personali o relativi: il Bene è uno solo e valido per tutti. Se così non fosse, il pensiero filosofico si ridurrebbe a mera opinione soggettiva, scivolando nella sofistica.
Perché la conoscenza di sé porta alla conoscenza del Bene? Platone risponde attraverso la sua teoria dell’anima:
L’anima umana è in contatto con il Mondo delle Idee, una dimensione eterna e immutabile.
L’anima è la parte immortale dell’essere umano, ed è proprio questa sua natura universale a renderla capace di riconoscere il Bene. Ogni individuo possiede in sé un riflesso dell’universalità e, attraverso la filosofia, può riattivare il ricordo delle verità eterne (teoria della reminiscenza). Tuttavia, senza un’autentica ricerca interiore, il Bene rimane irraggiungibile.
RUOLO DELLA CONOSCENZA MISTICA
All'interno della sua riflessione filosofica, Platone riconosce l'esistenza di forme di conoscenza che non possono essere espresse attraverso il linguaggio ordinario. Questo aspetto lo avvicina ai Misteri, antichi culti esoterici che trasmettevano conoscenze spirituali solo agli iniziati. Platone riconosce un ruolo alla dimensione divina, poiché alcune esperienze conoscitive non possono essere spiegate attraverso la razionalità discorsiva.
Tradizionalmente, il processo conoscitivo si fonda sul rapporto tra soggetto (colui che conosce) e oggetto (ciò che viene conosciuto). Le scienze empiriche si basano su questa relazione, affidandosi all’esperimento e alla percezione sensibile. Tuttavia, la filosofia platonica, essendo di natura metafisica, non si affida esclusivamente ai sensi. Per Platone, la facoltà conoscitiva più elevata è l’intelletto, che astrae dalle esperienze sensibili per cogliere le verità universali.
A differenza del metodo scientifico, che si fonda sulla prova empirica, la conoscenza metafisica supera la dimensione sensibile e accede a una realtà superiore. Ciò non significa, tuttavia, che questa esperienza sia "irrazionale" nel senso moderno del termine: essa è una forma di conoscenza controllata, che richiede una preparazione intellettuale e una disciplina rigorosa.
Platone però descrive uno dei concetti chiave della sua riflessione: il superamento del principio di individuazione (principium individuationis), ovvero del criterio che distingue ogni essere come un’entità separata. Se la conoscenza si basa esclusivamente sulla relazione tra soggetto e oggetto, essa segue una logica dualistica. Tuttavia, Platone riconosce che esistono forme di esperienza in cui questa distinzione viene meno.
Chi ha vissuto un’esperienza mistica spesso non è in grado di spiegarla, perché essa non è traducibile nei termini della conoscenza discorsiva. Ad esempio, si può intuire la presenza di un principio assoluto, il Tutto, ma senza poterlo esprimere adeguatamente con le parole. L’unico modo per parlarne è attraverso un linguaggio apofatico, ovvero negativo: si può dire ciò che il Bene non è, ma non ciò che è in sé.
In questo senso, Platone ammette la possibilità di una conoscenza immediata del reale, in cui il soggetto si fonde con l’oggetto della conoscenza. Questa è un’esperienza che trascende il livello ordinario del sapere e si avvicina a una dimensione mistica. Le dottrine non scritte di Platone sembrano alludere a questa forma di conoscenza, ma egli stesso sottolinea che non è possibile esprimerla attraverso la scrittura.
Tradizionalmente, il processo conoscitivo si fonda sul rapporto tra soggetto (colui che conosce) e oggetto (ciò che viene conosciuto). Le scienze empiriche si basano su questa relazione, affidandosi all’esperimento e alla percezione sensibile. Tuttavia, la filosofia platonica, essendo di natura metafisica, non si affida esclusivamente ai sensi. Per Platone, la facoltà conoscitiva più elevata è l’intelletto, che astrae dalle esperienze sensibili per cogliere le verità universali.
A differenza del metodo scientifico, che si fonda sulla prova empirica, la conoscenza metafisica supera la dimensione sensibile e accede a una realtà superiore. Ciò non significa, tuttavia, che questa esperienza sia "irrazionale" nel senso moderno del termine: essa è una forma di conoscenza controllata, che richiede una preparazione intellettuale e una disciplina rigorosa.
Platone però descrive uno dei concetti chiave della sua riflessione: il superamento del principio di individuazione (principium individuationis), ovvero del criterio che distingue ogni essere come un’entità separata. Se la conoscenza si basa esclusivamente sulla relazione tra soggetto e oggetto, essa segue una logica dualistica. Tuttavia, Platone riconosce che esistono forme di esperienza in cui questa distinzione viene meno.
Chi ha vissuto un’esperienza mistica spesso non è in grado di spiegarla, perché essa non è traducibile nei termini della conoscenza discorsiva. Ad esempio, si può intuire la presenza di un principio assoluto, il Tutto, ma senza poterlo esprimere adeguatamente con le parole. L’unico modo per parlarne è attraverso un linguaggio apofatico, ovvero negativo: si può dire ciò che il Bene non è, ma non ciò che è in sé.
In questo senso, Platone ammette la possibilità di una conoscenza immediata del reale, in cui il soggetto si fonde con l’oggetto della conoscenza. Questa è un’esperienza che trascende il livello ordinario del sapere e si avvicina a una dimensione mistica. Le dottrine non scritte di Platone sembrano alludere a questa forma di conoscenza, ma egli stesso sottolinea che non è possibile esprimerla attraverso la scrittura.
IL LIMITE DELLA RAGIONE
Platone riconosce che la ragione umana ha dei limiti. Se essa è lo strumento principale per comprendere il mondo, non può però esaurire tutta la realtà. Egli stesso afferma di aver raggiunto un livello superiore di conoscenza, il quinto grado del sapere, ma non può spiegare come vi sia arrivato. Se potesse descriverlo, infatti, non sarebbe un’esperienza mistica.
Questo non significa che Platone rifiuti la ragione: al contrario, egli ritiene che anche l’amicizia debba essere guidata dalla razionalità. L’amicizia autentica nasce dalla condivisione di una stessa visione del mondo, dalla comunanza di valori e dalla ricerca congiunta della verità.
Questo non significa che Platone rifiuti la ragione: al contrario, egli ritiene che anche l’amicizia debba essere guidata dalla razionalità. L’amicizia autentica nasce dalla condivisione di una stessa visione del mondo, dalla comunanza di valori e dalla ricerca congiunta della verità.
VISIONE ONTOLOGICA DI PLATONE
Dal punto di vista ontologico, Platone distingue due livelli di realtà:
Il termine "Idea" (εἶδος) ha un doppio significato: essa rappresenta sia una "Visione mentale", ovvero ciò che si coglie con l’intelletto, sia un "Modello di comportamento", una guida etica e politica per la vita.
L'Idea del Bene, quindi, non è solo un principio conoscitivo, ma anche un fondamento morale: comprendere il Bene significa agire secondo giustizia.
Platone, quindi, non si limita a considerare l’Idea di Bene come un semplice fondamento dell’azione etica e politica, ma la eleva a principio ontologico, ovvero a fondamento di tutto ciò che esiste. La politica del suo tempo ha rinunciato a questa dimensione, limitandosi a gestire i bisogni immediati senza un riferimento ai valori universali. Tuttavia, secondo Platone, la realtà stessa è strutturata secondo il Bene, e la conoscenza autentica consiste nel riconoscere questa verità.
- Il Mondo Sensibile, mutevole e imperfetto, percepito attraverso i sensi. Viene definito ὁρατός (oratos), termine che deriva da ὁράω (orao, “vedere con gli occhi”), e che indica ciò che è percepibile nel presente.
- Il Mondo delle Idee, una dimensione perfetta e immutabile, situata “al di là del cielo”. Viene colto con l’intelletto ed è caratterizzato da un’universalità sostanziale.
Il termine "Idea" (εἶδος) ha un doppio significato: essa rappresenta sia una "Visione mentale", ovvero ciò che si coglie con l’intelletto, sia un "Modello di comportamento", una guida etica e politica per la vita.
L'Idea del Bene, quindi, non è solo un principio conoscitivo, ma anche un fondamento morale: comprendere il Bene significa agire secondo giustizia.
Platone, quindi, non si limita a considerare l’Idea di Bene come un semplice fondamento dell’azione etica e politica, ma la eleva a principio ontologico, ovvero a fondamento di tutto ciò che esiste. La politica del suo tempo ha rinunciato a questa dimensione, limitandosi a gestire i bisogni immediati senza un riferimento ai valori universali. Tuttavia, secondo Platone, la realtà stessa è strutturata secondo il Bene, e la conoscenza autentica consiste nel riconoscere questa verità.
L'IDEA DI BENE COME PRINCIPIO UNIVERSALE
Quando Platone si interroga su che cosa sia il Bene, egli non si riferisce solo a un principio morale, ma a un fondamento assoluto, situato al vertice del Mondo delle Idee. Questo mondo è costituito da entità immutabili e perfette, che esistono indipendentemente dall’esperienza sensibile.
L’Idea, per Platone, ha una molteplice natura:
L’Idea, per Platone, ha una molteplice natura:
- È un paradigma di comportamento, ovvero un modello ideale che ispira l’azione etica e politica.
- È una forma intellegibile, cioè una realtà che può essere conosciuta attraverso l’intelletto, senza bisogno dei sensi.
- È uno strumento epistemologico, ovvero costituisce un criterio certo della conoscenza, permettendo di conoscere in modo corretto, valido e vero.
- La vera conoscenza non è un processo di scoperta, ma di ricordo.
- La nostra anima, prima di incarnarsi, ha contemplato le Idee nel mondo iperuranio.
- Conoscere significa risvegliare questo ricordo, accedendo alla realtà intellettuale.
IL MONDO DELLE IDEE E LA GERARCHIA ONTOLOGICA
Il Mondo delle Idee, definito da Platone come iperuranio (ὑπερουράνιος τόπος, “luogo al di sopra del cielo”), è la realtà più vera, popolata da un numero infinito di Idee. Al vertice di questa gerarchia si trova l’Idea di Bene, che guida e illumina tutte le altre Idee, proprio come il Sole illumina il mondo sensibile.
L’etimologia stessa del termine Idea (εἶδος), derivante dalla radice id- (che richiama il passato e il ricordo), sottolinea questa visione: le Idee non sono create, ma riconosciute attraverso la reminiscenza.
L’etimologia stessa del termine Idea (εἶδος), derivante dalla radice id- (che richiama il passato e il ricordo), sottolinea questa visione: le Idee non sono create, ma riconosciute attraverso la reminiscenza.
OBIEZIONE AL PROPRIO PENSIERO
Platone, per primo, mette in discussione il proprio sistema filosofico ponendosi una questione fondamentale:
Questa domanda è cruciale perché nel pensiero platonico le Idee sono forme perfette e immutabili, mentre i fenomeni sono imperfetti, mutevoli e materiali. Come può allora un mondo influenzare l’altro?
Una questione simile è presente anche nella teologia cristiana, dove il collegamento tra il mondo divino e quello terreno viene spiegato con l’incarnazione di Gesù, che assume la forma umana e collega il mondo celeste a quello terreno. Tuttavia, Platone non trova una soluzione definitiva e convincente a questo problema.
Come può il Mondo delle Idee costituire un modello di comportamento morale, epistemologico e ontologico per il Mondo dei Fenomeni, se questi due mondi sono ontologicamente diversi?
Questa domanda è cruciale perché nel pensiero platonico le Idee sono forme perfette e immutabili, mentre i fenomeni sono imperfetti, mutevoli e materiali. Come può allora un mondo influenzare l’altro?
Una questione simile è presente anche nella teologia cristiana, dove il collegamento tra il mondo divino e quello terreno viene spiegato con l’incarnazione di Gesù, che assume la forma umana e collega il mondo celeste a quello terreno. Tuttavia, Platone non trova una soluzione definitiva e convincente a questo problema.
LE TRE RELAZIONI TRA IL MONDO DELLE IDEE E QUELLO SENSIBILE
Platone ipotizza tre diverse modalità attraverso le quali il Mondo delle Idee e il Mondo dei Fenomeni possono essere collegati:
- 1.Metessi (Μεθέξις) – Partecipazione: Il Mondo Sensibile partecipa del Mondo delle Idee, I fenomeni esistono perché partecipano della loro Idea corrispondente (Ad esempio, un pino è un pino perché partecipa dell’Idea di Pino. L’Idea di Pino è la forma perfetta di tutti i pini, e ogni pino concreto ne è solo un’espressione imperfetta). Questo concetto introduce la nozione di Hypokeimenon (ὑποκείμενον), cioè la sostanza: ciò che sta alla base dell’esistenza e la fonda.
- 2.Mimesi (Μίμησις) – Imitazione: Il Mondo Sensibile imita il Mondo delle Idee, I fenomeni cercano di modellarsi sulle Idee, ma non coincidono mai perfettamente con esse (Ad esempio, un adolescente è un adolescente perché imita l’Idea di Adolescenza, ma ogni adolescente reale è solo un’approssimazione dell’Adolescenza perfetta. Inoltre, l’imitazione non è mai perfetta: ci sono molteplici adolescenti, ma solo un’Idea di Adolescenza).
- 3.Parousia (Παρουσία) – Manifestazione: Il Mondo delle Idee si manifesta nel Mondo Sensibile. Le Idee non sono solo astratte, ma si rendono visibili attraverso i fenomeni concreti (Ad esempio, la bellezza non esiste solo come Idea, ma si manifesta nei singoli oggetti belli che vediamo nel mondo).
LA GIUSTIFICAZIONE DEL DUALISMO E L'AUTOCONTROLLO
Platone giustifica l’esistenza del Mondo delle Idee attraverso la teoria della reminiscenza (ἀνάμνησις): L’anima, prima della nascita, ha contemplato le Idee nel Mondo Iperuranio. Conoscere significa quindi ricordare quelle idee e la matematica è una dimostrazione dell’esistenza dei due mondi, perché le sue verità non dipendono dall’esperienza, ma dall’intuizione dell’intelletto.
Platone conferisce quindi una grande importanza all'anima, in quanto è la chiave della conoscenza: attraverso di essa ricordiamo le Idee e comprendiamo la vera realtà. Valorizzare l'anima significa, per Platone, essere padroni di se stessi, ovvero dominare i sentimenti e le passioni, valorizzare la parte razionale dell’anima e guidare la propria vita secondo la conoscenza del Bene.
Platone conferisce quindi una grande importanza all'anima, in quanto è la chiave della conoscenza: attraverso di essa ricordiamo le Idee e comprendiamo la vera realtà. Valorizzare l'anima significa, per Platone, essere padroni di se stessi, ovvero dominare i sentimenti e le passioni, valorizzare la parte razionale dell’anima e guidare la propria vita secondo la conoscenza del Bene.
IL MITO DEL DEMIURGO
Durante la sua età più avanzata, Platone cerca nuove soluzioni per spiegare il rapporto tra il Mondo delle Idee e il Mondo Sensibile. Una di queste è rappresentata dal mito del Demiurgo, una soluzione cosmologica espostica nel dialogo Timeo, dove Platone introduce appunto il concetto di Demiurgo (δημιουργός), che significa "divino artefice". Esso è un principio ordinatore, un artigiano divino che plasma il mondo sensibile ispirandosi al Mondo delle Idee. Non è un creatore dal nulla, ma ordina una materia preesistente, informe e caotica, chiamata Chora (χώρα), che funge da substrato per la realtà materiale, utilizzando come criterio dell’ordine la matematica e geometria. Da qui nasce la geometria platonica con i solidi platonici, che rappresentano gli elementi della natura:
Il Demiurgo è buono, quindi crea il mondo nel miglior modo possibile. Tuttavia, la materia oppone una certa resistenza, per cui il mondo sensibile non sarà mai perfetto come il Mondo delle Idee. Nel Medioevo, il mito del Demiurgo viene interpretato in chiave creazionista, vedendolo come un’anticipazione del Dio creatore del Cristianesimo.
IL RUOLO DEL MITO
Contrariamente alla credenza che la filosofia sia semplicemente il passaggio dal mito al Logos, Platone non elimina il mito, ma lo integra nel suo pensiero per due motivi principali:
- Funzione pedagogica: il mito aiuta a spiegare concetti complessi a chi non è filosofo.
- Riconoscimento dei limiti della ragione: Platone ammette che la ragione non può spiegare tutto.
IL PROBLEMA DELLA DOTTRINA DELLE IDEE
Uno dei grandi problemi della filosofia platonica è il problema del male. Se il Mondo delle Idee è perfetto e il Mondo Sensibile è una sua copia imperfetta, come si spiega l’esistenza del male? Se il male esiste, allora dovrebbe esistere un'Idea del Male. Ma le Idee sono perfette: come può esserci un'Idea perfetta di qualcosa di negativo?
Platone cerca di risolvere il problema introducendo il concetto di diverso (ἕτερον), una terza categoria tra l’Essere e il Non Essere. Il male, infatti, non è un’Idea come le altre, ma un’ombra degradazione del bene: nel Mondo Sensibile, il bene è parziale e imperfetto, e ciò che chiamiamo male è solo una deviazione dalla perfezione del Bene assoluto. Platone, quindi, non concepisce il male come un principio autonomo, ma come un'assenza o corruzione del Bene.
Per Platone, il vero male non è la malvagità in sé, ma l'ignoranza (ἀμαθία), che è alla radice di tutti i problemi. Essa è sfrontata quando è accompagnata dall’orgoglio, cioè quando una persona ignora il bene ma crede di sapere. L’ignoranza genera ingiustizia, conflitti e cattivo governo.
Platone cerca di risolvere il problema introducendo il concetto di diverso (ἕτερον), una terza categoria tra l’Essere e il Non Essere. Il male, infatti, non è un’Idea come le altre, ma un’ombra degradazione del bene: nel Mondo Sensibile, il bene è parziale e imperfetto, e ciò che chiamiamo male è solo una deviazione dalla perfezione del Bene assoluto. Platone, quindi, non concepisce il male come un principio autonomo, ma come un'assenza o corruzione del Bene.
Per Platone, il vero male non è la malvagità in sé, ma l'ignoranza (ἀμαθία), che è alla radice di tutti i problemi. Essa è sfrontata quando è accompagnata dall’orgoglio, cioè quando una persona ignora il bene ma crede di sapere. L’ignoranza genera ingiustizia, conflitti e cattivo governo.
LE LEGGI
Così come la teoria delle Idee subisce un'evoluzione, anche la concezione politica di Platone cambia nel tempo. Nella Repubblica, egli immagina uno Stato ideale governato dai filosofi, in cui il potere è affidato a coloro che possiedono la conoscenza del Bene. Questa visione, tuttavia, si scontra con la realtà politica del tempo, portando Platone a una riflessione più pragmatica. Nel dialogo Le Leggi, il suo ultimo e incompiuto scritto politico, Platone si rende conto che il modello utopico della Repubblica è irrealizzabile. Di conseguenza, sposta l'attenzione sulla necessità di uno Stato fondato su leggi giuste, capaci di garantire ordine e armonia anche in un contesto in cui non tutti i governanti sono filosofi. Egli distingue due modi in cui le leggi possono essere seguite: per una consapevole adesione al loro valore intrinseco o per timore della punizione. Nel primo caso, il cittadino rispetta la legge perché ne riconosce la giustizia; nel secondo, si conforma solo per evitare conseguenze negative. Idealmente, in una società perfetta, le leggi non sarebbero necessarie, poiché tutti agirebbero spontaneamente secondo giustizia. Tuttavia, poiché la realtà è ben diversa, Platone afferma che le leggi devono rappresentare un punto di riferimento imprescindibile per la convivenza civile.
DOTTRINA GNOSEOLOGICA
Platone elabora una teoria della conoscenza, che espone nella Repubblica. Qui distingue quattro livelli di conoscenza, rappresentati nella dottrina della linea:
- 1.Sensazione (εἰκασία - eikasía): È il livello più basso, in cui la conoscenza è basata solo sulle percezioni sensibili. È il mondo dell’illusione e delle apparenze.
- 2.Immaginazione (πίστις - pístis): È il livello della credenza, in cui si accettano le cose per come appaiono senza metterle in discussione.
- 3.Conoscenza razionale (διάνοια - diánoia): È il livello della matematica e delle scienze esatte, in cui la mente inizia a ragionare in modo astratto, ma ancora con modelli ipotetici.
- 4.Conoscenza filosofica (νόησις - nóesis): È il livello più alto, in cui si arriva alla contemplazione delle Idee e alla verità assoluta.
IL MITO DELLA CAVERNA
Nel celebre mito della caverna, Platone costruisce una potente allegoria del percorso conoscitivo e della condizione esistenziale dell’uomo. I prigionieri incatenati nel fondo della caverna, costretti a osservare esclusivamente le ombre proiettate sulla parete, incarnano l’umanità immersa nel mondo sensibile, che scambia le apparenze per realtà autentica poiché ignora l’esistenza di un livello di verità più elevato. Le ombre, prodotte da statuette illuminate da un fuoco artificiale, simboleggiano una conoscenza illusoria e derivata, fondata sui sensi e sull’opinione. Quando uno dei prigionieri riesce a liberarsi e intraprende la faticosa ascesa verso l’esterno, Platone descrive il difficile processo di emancipazione intellettuale: inizialmente l’anima è accecata dalla luce del Sole, metafora dell’Idea del Bene, principio supremo che rende intelligibili tutte le altre Idee. Solo gradualmente l’uomo è in grado di sostenere questa luce, passando dalla visione dei riflessi nell’acqua, che rappresentano la conoscenza matematica e razionale, fino alla contemplazione diretta degli oggetti reali e infine del Sole stesso. In tal modo, il mito mostra come la vera conoscenza non sia immediata, ma richieda un percorso di educazione e di elevazione dell’anima, culminante nella comprensione del Bene come fondamento ultimo dell’essere e del sapere.
IL QUINTO GRADO DI CONOSCENZA
Nella Settima Lettera, Platone accenna a un livello di conoscenza ancora più alto, un quinto grado, che non è esprimibile con parole o scritti. Lo descrive come un fuoco che si accende improvvisamente nell’anima e rappresenta una conoscenza diretta e immediata, che non ha bisogno di mediazione razionale. Non si può descrivere o trasmettere verbalmente, ma solo vivere in prima persona.
Questa forma di sapere ha una dimensione mistica, simile a un'unione totale con la realtà. Qui Platone si avvicina alle esperienze religiose e iniziatiche, lasciando intendere che la conoscenza più alta non può essere semplicemente insegnata, ma va realizzata interiormente.
Questa forma di sapere ha una dimensione mistica, simile a un'unione totale con la realtà. Qui Platone si avvicina alle esperienze religiose e iniziatiche, lasciando intendere che la conoscenza più alta non può essere semplicemente insegnata, ma va realizzata interiormente.
CONOSCENZA COME EROS
Platone descrive la conoscenza come una forma di Eros, ovvero di amore. Nel Simposio, durante un banchetto, i partecipanti discutono sulla natura dell’amore, distinguendo diverse forme:
- 1.Amore per la bellezza: rappresenta l'attrazione fisica per i corpi.
- 2.Amore per la bellezza spirituale: rappresenta l'attrazione spirituale per le qualità interiori.
- 3.Amore per la bellezza delle leggi e della giustizia: rappresenta l'attrazione per le leggi e l'amore per la giustizia.
- 4.Amore per la conoscenza: rappresenta l'attrazione per la conoscenza e la verità.