Marx

XX secolo

Marx
Karl Marx è una figura intellettuale difficilmente definibile, che sfugge a facili categorizzazioni. La sua biografia riflette questa complessità: pur avendo studiato giurisprudenza e aspirando inizialmente alla carriera giornalistica, Marx condusse un'esistenza travagliata, provenendo da una famiglia della borghesia ebraica e trovando sostegno economico nell'amicizia con Friedrich Engels.
Marx rappresenta una rottura radicale rispetto alla tradizione politico-culturale del suo tempo. Il suo pensiero non può essere ricondotto a una singola disciplina, ma si nutre di tre radici fondamentali: la filosofia hegeliana, il socialismo moderno e la tradizione economica classica, in particolare Adam Smith.
La radice filosofica del pensiero marxiano emerge chiaramente nella Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico. In quest'opera, Marx pur riconoscendo l'importanza di Hegel, ne contesta il metodo: Hegel avrebbe reso astratto ciò che è concreto e concreto ciò che è astratto, trasformando la filosofia in una forma di "misticismo logico". Riferendosi alla Fenomenologia dello spirito, Marx denuncia come questo approccio conduca a un giustificazionismo storico-politico, che finisce per legittimare acriticamente ogni forma politica esistente.
Marx, per ragioni biografiche e teoretiche, rifiuta di elaborare un sistema filosofico chiuso. Da uomo d'azione, orientato alla prassi politica, egli critica il misticismo logico hegeliano, secondo cui la realtà empirica sarebbe mera manifestazione di quella spirituale. Per Marx, invece, la storia non va semplicemente compresa e giustificata, ma trasformata attraverso un metodo rivoluzionario.
Aderendo alla critica di Feuerbach, Marx recupera la centralità dell'individuo concreto: è l'uomo "in carne e ossa" che fa la storia e trasforma attivamente la realtà, non lo spirito astratto hegeliano. Feuerbach aveva già denunciato in Hegel un'inversione dei rapporti tra concreto e astratto, tra soggetto spirituale e soggetto reale. Marx condivide questa critica: il problema non è giustificare filosoficamente ciò che accade nella realtà empirica, ma trasformarla radicalmente.

La critica di Marx a Hegel: società civile, Stato e alienazione

Nelle sue opere giovanili, in particolare nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 e negli Annali franco-tedeschi(1844), Marx sviluppa un'analisi dettagliata degli aspetti più problematici del pensiero hegeliano, concentrandosi su tre temi fondamentali: lo spirito oggettivo, l'autocoscienza critica e il rapporto tra società civile e Stato.
Hegel aveva messo in luce che la modernità si caratterizza per una scissione fondamentale: da un lato esiste la società civile, ambito degli interessi particolari e dell'egoismo economico; dall'altro lo Stato, sfera dell'universalità etica. Secondo Hegel, questa scissione trova comunque una sintesi e un superamento nello Stato razionale.
Marx critica radicalmente questa concezione: per lui la scissione non può essere superata, se non in modo illusorio. Lo Stato moderno, lungi dall'essere l'incarnazione dell'interesse universale, non è altro che l'universalizzazione degli interessi della classe borghese. In altre parole, nella realtà concreta lo Stato rappresenta e tutela gli interessi della borghesia.
Un esempio paradigmatico è rappresentato dalla Costituzione francese del 1793, nata dalla Rivoluzione: essa proclama solennemente la libertà individuale e la proprietà privata come diritti naturali fondamentali, sulla scia del pensiero di Locke. Tuttavia, secondo Marx, questi diritti "universali" riflettono in realtà le caratteristiche e gli interessi specifici della classe borghese. Lo Stato moderno eleva formalmente a diritti universali ciò che nella sostanza serve a perpetuare il dominio borghese.
La contraddizione fondamentale sta qui: l'uguaglianza formale e giuridica corrisponde a una profonda disuguaglianza sostanziale. Nella società civile, che Marx identifica con la società borghese, ciascuno persegue egoisticamente i propri interessi particolari. Lo Stato moderno si limita a sancire formalmente questa situazione come sistema di diritti, mascherando così le reali disuguaglianze.
Per Marx non esiste alcuna possibilità concreta di superare queste disuguaglianze all'interno del sistema esistente, perché l'uomo moderno è ridotto a due condizioni: o è borghese proprietario, o è schiavo (proletario) asservito ai borghesi. In entrambi i casi, non è un vero cittadino. Il diritto rimane astratto anche nello Stato, e questa è una differenza fondamentale rispetto alla concezione hegeliana, che vedeva nello Stato la realizzazione concreta della razionalità etica.
Di fronte a questa situazione, Marx oscilla tra due possibili soluzioni. La prima è il suffragio universale, ma si tratta di una via già sperimentata e che si è dimostrata insufficiente. La seconda è la rivoluzione sociale: solo attraverso l'azione concreta e trasformativa, secondo Marx, l'uomo può combattere la propria condizione di alienazione e sfruttamento.

La critica a Feuerbach e l'importanza della storia

Marx critica anche Ludwig Feuerbach, pur riconoscendogli il merito di aver demistificato la religione attraverso il materialismo. Feuerbach non ha compreso l'importanza della dimensione storica, elemento che invece costituiva uno degli aspetti più profondi della filosofia hegeliana. L'uomo "in carne e ossa" di Feuerbach appare slegato dai contesti storici e sociali concreti. Per Marx, invece, l'uomo deve essere pensato sempre all'interno della storia e delle sue condizioni materiali.
Marx corregge quindi Feuerbach recuperando l'elemento storico-dialettico di Hegel, ma in una prospettiva materialista. Questo approccio emerge chiaramente nelle Tesi su Feuerbach(1845), dove Marx scrive la celebre undicesima tesi: "I filosofi hanno finora solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di trasformarlo". È l'uomo storico-sociale concreto che trasforma il mondo attraverso la prassi.
In questo senso, Marx si allontana progressivamente da Feuerbach anche nella concezione dell'alienazione religiosa. Mentre Feuerbach si limitava a ricondurre la religione alla coscienza umana, Marx insiste sul fatto che l'alienazione religiosa va considerata storicamente e socialmente, cioè in relazione alle condizioni materiali di esistenza. Marx si chiede: perché l'uomo si rifugia in Dio? La risposta è che la maggioranza degli esseri umani soffre concretamente a causa delle condizioni di sfruttamento economico. Le classi oppresse ipotizzano quindi una vita futura, un paradiso, dove questa sofferenza cesserà. La religione svolge così una funzione consolatoria e anestetica: secondo la celebre espressione di Marx, "la religione è l'oppio dei popoli", cioè un narcotico che addormenta la coscienza critica delle classi più povere e sfruttate dalla borghesia, impedendo loro di ribellarsi alle proprie condizioni di oppressione.

alienazione e materialismo storico

Nei Manoscritti economico-filosofici, Marx conduce un'analisi approfondita della borghesia ponendosi una domanda fondamentale: quale sia la caratteristica distintiva di questa classe sociale. Se la storia è in continua trasformazione e le classi mutano nel tempo, la borghesia sembra aver trovato il modo di eternizzare se stessa attraverso il sistema economico-sociale che rappresenta, fondato sullo sfruttamento del proletariato.
Centrale in questa riflessione è il concetto di alienazione, che Marx articola in quattro dimensioni distinte. A differenza di Hegel, che la concepiva in termini dialettici (né positivi né negativi), Marx attribuisce all'alienazione un significato storicamente determinato:
  1. 1.
    Alienazione dal prodotto del lavoro:
    Il lavoratore è estraniato rispetto al risultato della sua attività. Marx anticipa qui il sistema fordista-taylorista: Taylor progettò i principi della catena di montaggio, che Ford realizzò concretamente nelle sue fabbriche. Questo modello organizzativo, basato sulla massimizzazione della produzione nel minor tempo possibile, rappresenta la materializzazione dell'alienazione. L'operaio non si riconosce più nel prodotto che crea, poiché il suo lavoro potrebbe essere svolto indifferentemente da un altro operaio o da una macchina.
  2. 2.
    Alienazione dall'attività produttiva:
    Il lavoratore è alienato anche rispetto all'azione stessa del produrre, costretto a ripetere meccanicamente gli stessi gesti per fabbricare sempre lo stesso oggetto.
  3. 3.
    Alienazione dalla propria essenza (Wesen):
    Viene meno la distinzione qualitativa tra uomo e animale. L'essere umano, ridotto a mera forza lavoro, perde la propria specificità. Quando esce dal contesto lavorativo, cerca di stordirsi ulteriormente per dimenticare questa condizione degradante.
  4. 4.
    Alienazione dal prossimo:
    Il lavoratore è estraniato anche rispetto agli altri esseri umani, sia verso i compagni di sfruttamento sia verso il padrone. Viene meno ogni autentico riconoscimento reciproco. L'unica possibilità di riscatto, in questo sistema, sembra essere diventare a propria volta proprietari dei mezzi di produzione.
In questa serie di scritti, Marx elabora il materialismo storico, concependo la storia come un processo dialettico determinato dalle condizioni materiali dell'esistenza. Egli individua due elementi fondamentali:
  • Le forze produttive: forza lavoro, macchinari e conoscenze tecnico-scientifiche
  • I rapporti di produzione: le relazioni che si stabiliscono tra persone o gruppi sulla base del controllo delle forze produttive (ad esempio, nel sistema schiavistico si creava una rigida gerarchia tra padroni e schiavi)
Secondo Marx, esiste un rapporto dialettico tra questi elementi: le forze produttive si sviluppano per prime e, quando raggiungono un certo livello, entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti. Chi detiene il controllo delle nuove forze produttive aspira naturalmente ad acquisire anche il potere politico e sociale. La Rivoluzione francese, ad esempio, scoppiò proprio perché i rapporti di produzione (l'ordine feudale) non corrispondevano più allo sviluppo delle forze produttive (l'emergente economia borghese). Il cambiamento delle forze produttive genera quindi tensioni rivoluzionarie che portano alla trasformazione dei rapporti di produzione. Questi, a loro volta, determinano la sovrastruttura: l'insieme delle istituzioni politiche, giuridiche, culturali e ideologiche della società.

La concezione scientifica della storia e la critica ai falsi socialismi

In Marx emerge una concezione scientifica della storia, determinata dal rapporto dialettico tra forze produttive e rapporti di produzione. Secondo questa visione, la storia attraversa quattro fasi successive: sistema schiavistico sistema feudale sistema borghese-capitalista sistema proletario (socialismo/comunismo). Marx si concentra sull'analisi del sistema borghese per spiegare come e perché si imporrà quello proletario. È fondamentale notare che questa previsione ha carattere scientifico, non normativo: Marx non propone il comunismo come ideale morale, ma lo prevede come esito necessario delle contraddizioni del capitalismo.
In Marx non c'è mai un atteggiamento moralistico: egli descrive i fenomeni storici così come sono accaduti, analizzando le dinamiche materiali che li hanno prodotti. La sua critica è rivolta soprattutto a coloro che pensano che la storia cambi a causa delle idee, anziché delle condizioni materiali.
A partire da Marx, il termine ideologia assume una connotazione negativa: indica una falsa rappresentazione della realtà, una distorsione della coscienza prodotta dai rapporti di produzione dominanti. Prima di Marx, il termine era semplicemente sinonimo di "dottrina" o "sistema di idee".
Marx se la prende quindi con coloro che hanno concepito il socialismo a partire da un'idea astratta. Espressioni come "libertà", "uguaglianza" o "giustizia" sono, secondo lui, parole vuote e imprecise che non esprimono nulla di concreto se non vengono ancorate all'analisi materiale della società.
Questa critica è sviluppata sistematicamente nel Manifesto del Partito Comunista. Marx rivendica la scientificità del proprio socialismo scientifico: non ha fatto del socialismo un'idea o un ideale morale, ma una previsione fondata sulla scoperta delle leggi oggettive della storia.
Marx distingue il suo socialismo da tre forme di falsi socialismi:
  1. 1.
    Socialismo reazionario: rappresentato da coloro che, di fronte allo sfruttamento capitalista, propongono come soluzione il ritorno al sistema feudale, retrocedendo quindi nella storia anziché avanzare.
  2. 2.
    Socialismo conservatore (o borghese): incarnato da figure come Proudhon, comprende coloro che vogliono mantenere sostanzialmente lo status quo, proponendo riforme superficiali del capitalismo senza abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione. Pur criticando alcuni aspetti del sistema, queste posizioni accettano la proprietà privata come dato ineliminabile, mentre per Marx l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione è la caratteristica comune e necessaria di ogni autentico socialismo, l'unica condizione per rendere tutti veramente liberi.
  3. 3.
    Socialismo utopico: tipico di pensatori come Robert Owen, che immaginano di sottrarsi al sistema capitalista creando comunità alternative, piccole nicchie lavorative e sociali senza gerarchie né sfruttamento. Sebbene Owen sia stato una figura concreta e reale, il suo approccio rappresenta, secondo Marx, una fuga dalla realtà anziché una sua trasformazione. Queste esperienze isolate non possono modificare le strutture fondamentali dello sfruttamento capitalistico, che richiede invece una rivoluzione complessiva del sistema.

Analisi del Capitalismo

Nel Manifesto del Partito Comunista, Marx sostiene che il vivere umano implica innanzitutto la soddisfazione di bisogni primari: nutrirsi adeguatamente, avere un'abitazione, vestirsi e molto altro ancora. La prima azione storica è dunque la creazione dei mezzi per soddisfare questi bisogni, cioè la produzione della vita materiale stessa.
Questo significa che l'uomo è un essere concreto, fatto di carne e sangue, inserito nella storia. Come scrivono Marx ed Engels: "Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente." In altre parole, il comunismo non è un'utopia astratta, ma un processo storico concreto che nasce dalle contraddizioni del capitalismo.
Ne Il Capitale, Marx fornisce una spiegazione approfondita delle caratteristiche della società borghese e formula anche una previsione storica. L'intento di Marx è scientifico: egli sostiene che la borghesia è destinata a crollare perché il sistema produttivo capitalistico porta inevitabilmente in quella direzione, a causa delle sue contraddizioni interne.
Una delle principali critiche di Marx agli economisti classici riguarda il loro errore fondamentale: considerare le leggi economiche come eterne e naturali, quando invece esse sono specifiche di un determinato modo di produzione storico, quello capitalistico.
Il fondamento dell'analisi marxiana è la merce. Marx nota un cambiamento radicale nel rapporto con la merce rispetto alle società precapitalistiche.
  • Nell'economia precapitalistica, il ciclo era: Merce → Denaro → Merce (M-D-M). Si vendeva una merce per ottenere denaro, che serviva poi ad acquistare un'altra merce necessaria. Il denaro era solo un mezzo di scambio.
  • Nel capitalismo, il ciclo diventa: Denaro → Merce → Denaro aumentato (D-M-D'). Il denaro viene investito per acquistare merci (mezzi di produzione e forza-lavoro) con l'obiettivo di ottenere più denaro di quello inizialmente investito.
La merce non è più un semplice passaggio neutrale, ma diventa oggetto di quello che Marx definisce "feticismo delle merci": le merci sono esaltate, mistificate, e attraverso la loro produzione si può accumulare capitale.
Marx distingue tra valore d'uso, ovvero l'utilità concreta di una merce per chi la usa, e valore di scambio, ovvero il valore che la merce assume nella circolazione di mercato. Tanto più il costo di produzione è basso, tanto maggiore è la probabilità di arricchirsi per il capitalista. Questo porta al concetto centrale di plusvalore: più si abbassa il costo del lavoro (cioè i salari), più è alto il guadagno del capitalista. Il plusvalore è determinato dallo sfruttamento dell'operaio. Per calcolarlo, bisogna considerare il capitale variabile (i salari pagati agli operai) e il capitale costante (i mezzi di produzione come macchinari, materie prime, manutenzione della fabbrica, ecc.). Il profitto è dato dal rapporto tra il plusvalore e la somma del capitale costante e variabile. La divisione del lavoro e la razionalizzazione del processo produttivo sono state strategie essenziali per accrescere il plusvalore e quindi il profitto.
Marx evidenzia come le persone, quando acquistano una merce, non pensano al sistema di sfruttamento che sta dietro alla sua produzione. Questo è parte del feticismo delle merci: i rapporti sociali di sfruttamento appaiono come semplici rapporti tra cose.
Inoltre, più il mercato si satura, più si generano crisi economiche profonde. Il capitalismo, secondo Marx, contiene in sé le contraddizioni che porteranno alla sua crisi: la tendenza alla sovrapproduzione, la caduta tendenziale del saggio di profitto, e l'impoverimento crescente della classe operaia sono tutti elementi che rendono il sistema insostenibile nel lungo periodo.

Il Socialismo Scientifico e il Materialismo Storico

Il socialismo di Marx si definisce "scientifico" perché si basa sull'analisi della storia secondo leggi oggettive, analogamente a quanto avviene nelle scienze naturali. La legge fondamentale che regola lo sviluppo storico è la lotta di classe, comprensibile attraverso l'analisi dei secoli precedenti.
Secondo il materialismo storico marxiano, la struttura economica della società – costituita dai rapporti di produzione, dalle forze produttive (lavoratori, mezzi di produzione, conoscenze tecniche e scientifiche) – determina la sovrastruttura (istituzioni politiche, cultura, ideologia). Marx si presenta quindi come uno scienziato sociale che formula previsioni sul futuro basandosi sull'analisi scientifica della storia.
Marx è un analista particolarmente acuto della borghesia e del capitalismo, il sistema produttivo della classe borghese che rappresenta la sintesi di tutto lo sviluppo storico precedente. Il capitalismo si caratterizza per la divisione del lavoro e per contraddizioni interne che ne determineranno il superamento. Il socialismo marxiano ha carattere internazionalista perché sono le classi sociali, non le nazioni, a essere i veri motori della storia. Per questo nell'Internazionale Socialista si discute di temi come l'alienazione e la rivoluzione, attraverso cui i lavoratori prendono coscienza di sé come classe.
Nella Seconda Internazionale emerge una distinzione fondamentale che porterà alla separazione tra socialismo e comunismo (termini che per Marx erano sinonimi). Eduard Bernstein introduce la posizione riformista, sostenendo che il capitalismo ha portato benefici anche alle classi proletarie e che quindi si debba riformare gradualmente il sistema in direzione socialista, piuttosto che abbatterlo con una rivoluzione.
La Terza Internazionale, convocata da Lenin, prende il nome di Internazionale Comunista ed esclude i riformisti. In Italia questa divisione si manifesta tra massimalisti (rivoluzionari) e riformisti, portando nel 1921 alla nascita del Partito Comunista Italiano, distinto dal Partito Socialista già esistente.
XX secolo